NUMERO 12:  Domenica 28 gennaio 2018

I “miei” giovani

Chi erano i ragazzi di Don Bosco nel 1800? Falegnami, muratori, scalpellini, giovani poveri e soli senza famiglia che entravano e uscivano dal carcere, considerati feccia della società, ignoranti, analfabeti, stranieri (ricordo che nell’ottocento chi non apparteneva alla tua città era già considerato uno straniero), erano proprietà dei loro padroni, utilizzati e fruttati. Il padrone diceva “miei” perché li possedeva e loro dipendevano da lui.

Chi sono i ragazzi di Don Bosco nel 2018? Giovani studenti e lavoratori, ma anche giovani che smettono di andare a scuola e fanno fatica a trovare lavoro, (e chi se lo può permettere si rassegna e smette di cercarlo) iperconnessi ma poveri di relazioni, privi di senso, pieni di domande sulla vita, anche loro senza famiglia, anche loro poveri e abbandonati, anche loro giovani stranieri umiliati e giudicati, giovani ricchi di aspettative da parte degli altri fino ad esserne schiacciati, giovani posseduti da adulti che li comandano e dicono loro cosa è bene fare e cosa è bene diventare.

I tempi cambiano ma Don Bosco aprendo l’oratorio ha fatto saltare questo meccanismo una volta e per sempre.

Perchè si! Li definiva “suoi” ma vi assicuro che la sua non era assolutamente un’affermazione possessiva. Ancora oggi ascoltando i salesiani di tutte le età si può spesso sentir dire: “i nostri ragazzi”, “i miei animatori”.

Don Bosco definendoli “suoi” era come se dicesse: “io faccio parte della loro vita, li accompagno, conosco i loro sogni, i loro doni e le loro fragilità, partecipo alle loro cadute, spesso mi capita di rimetterli in piedi, loro si fidano di me e io mi fido di loro, faccio loro proposte forti, che li scuotano dal di dentro, vivo con loro esperienze di servizio gratificanti e faticose al tempo stesso, per mandarli in crisi, perché scoprano che tipo di persone vogliono diventare nella vita”. Attraverso la logica del dono, don Bosco non utilizzava i “suoi” ragazzi per i “suoi” scopi ma li valorizzava allo scopo di farli credere in loro stessi, perché potessero prendere in mano la loro vita e farne un capolavoro a servizio di tutta la comunità.   

Il volontariato è la caratteristica più pura e al tempo stesso più complessa che un giovane possa sperimentare. Pura perchè definisce il donarsi gratuitamente senza ricevere nulla in cambio. Complessa perchè definisce il donarsi gratuitamente senza ricevere nulla in cambio. L’oratorio da sempre insegna la logica del dono: “io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono anche disposto a dare la mia vita”. Don Bosco lo ha vissuto per primo perché tutti potessero fare altrettanto. Chi erano e chi sono oggi questi giovani di don Bosco? Persone normali come tante altre, che nelle alterne vicende della loro vita sono divenuti apostoli del Vangelo vissuto e concretizzato nel tempo da uno dei tanti altri apostoli del Vangelo che prima di loro ne ha scoperto la bellezza ineguagliabile e ha avuto il coraggio di trasmetterla loro in dono. Grazie don Bosco!

Ti rinnoviamo la promessa di accompagnare e servire i “nostri” giovani, perché possano essere loro la concretizzazione del Vangelo nell’epoca moderna.                                                                                                           

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